La sharing economy e il caso Uber

Societario

La sharing economy e il caso Uber.

Negli ultimi anni, si è andato progressivamente affermando un nuovo concetto di commercio basato sull’economia condivisa, anche detta “sharing economy”. Essa è caratterizzata da forme di produzione, scambio, utilizzo e condivisione di beni, del tutto svincolate dalle forme d’acquisto a titolo definitivo tipiche del commercio tradizionale.

In un’epoca caratterizzata da logiche di sovrapproduzione e di consumismo esasperato c’è chi quindi ha ritenuto che fosse più plausibile concentrarsi su un’atipica forma di scambio fondata sul principio dell’ “economia di accesso”, il quale si basa principalmente su sistemi che, forti dell’ausilio delle nuove forme di tecnologia avanzata  (app per smartphone, software, sistemi di localizzazione etc.), hanno permesso la fruizione condivisa di beni e servizi, connaturata alle necessità di un uso meramente temporaneo da parte degli utenti i quali, soprattutto, hanno così la possibilità di accedervi a condizioni economiche decisamente più vantaggiose rispetto a quelle imposte dalle tradizionali forme di commercio.

Inoltre, il sistema della sharing economy, ha favorito indubbiamente l’abbattimento dell’intermediazione operata dai professionisti commerciali (sostituiti da forme più dirette di comunicazione e condivisione favorite dalle piattaforme on-line) e del formalismo giuridico che, al giorno d’oggi, impernia la regolamentazione dei rapporti di scambio.

 

Orbene, se dal punto di vista sociale , la sharing economy ha ottenuto un imponente affermazione e un indistinto consenso da parte dei consociati, altrettanto non può dirsi dal punto di vista giuridico.

Il fenomeno dell’economia condivisa risulta ad oggi nel nostro Paese, ancora scarsamente regolamentato.

Ed invero, coloro che operano nei settori regolamentati del commercio e della prestazione di servizi tradizionali, talvolta hanno ottenuto in sede giudiziale l’inibizione del servizio offerto da compagnie che avevano fondato il proprio core business proprio sui modelli di economia condivisa.

E’ il caso di Uber, società americana di fama mondiale operante nel settore del trasporto cittadino, contro la quale, il Tribunale di Torino, Sezione Specializzata in materia di Impresa, ha emesso in data 1 marzo 2017, sentenza di accertamento e dichiarazione di concorrenza sleale con relativa condanna al risarcimento dei danni in favore delle controparti giudiziali (cooperative ed associazioni rappresentative dei tassisti).

I giudici hanno operato un’analisi accurata della fattispecie oggetto della controversia, analizzando la normativa nazionale sul “trasporto pubblico non di linea” di cui alla legge n. 21 del 1992, la quale contempla esclusivamente le due forme di “servizio taxi” e “servizio di noleggio con conducente” e prevedendo che, il servizio offerto da Uber, rientrasse proprio in quello di cui alla modalità descritte dall’art. 1 della citata legge e fosse del tutto equiparabile al servizio offerto da Radio Taxi. Secondo i giudici, Uber, omettendo di osservare gli stringenti requisiti di carattere pubblico previsti per tale categoria di servizi  al fine di garantire la pubblica sicurezza, l’ordine pubblico e l’incolumità di conducenti e passeggeri. (ottenimento licenze comunali, ottenimento certificato di abilitazione professionale etc.) traeva un indubbio vantaggio di carattere economico che si concretizzava nella possibilità di applicare un corrispettivo decisamente più basso a parità di servizio offerto.

Inoltre i giudici torinesi hanno sottolineato la sostanziale differenza tra il servizio offerto da Uber ed il servizio di car sharing e car pooling, evidenziando come il primo non fosse praticato al mero scopo di condivisione delle spese tipico del secondo, posto che con Uber gli utenti decidevano meta e tragitto (altrimenti non effettuato dal conducente) pagando un corrispettivo predeterminato dalla stessa compagnia mediante il meccanismo del “surce pricing” calcolato “in base ad una serie di variabili non conosciute né dal cliente né dall’autista e del tutto indipendenti da questi (tipicamente, la maggiorazione è applicata a fronte di un programmato aumento della domanda). La modifica può avvenire solo in aumento e tale aumento avviene tramite un moltiplicatore che, a seconda dei casi, può anche far crescere fino a 5 volte la tariffa ordinaria”.

Tale meccanismo  definito in sentenza di “massimizzazione del profitto”, unito alla sostanziale identità di schema tra i servizi Uber ed il servizio offerto dalle compagnie di taxi, e al non meno importante assunto secondo cui Uber agiva secondo un disegno unitario, quale imprenditore in grado di organizzare e gestire, tramite le varie società controllate, l’intera filiera del servizio (dal reclutamento dei conducenti, alle campagne di marketing, passando per la riscossione dei corrispettivi per i viaggi effettuati dagli utenti, alla corresponsione al conducente del 20 % dell’importo di ogni corsa) hanno contribuito a formare la convinzione dei giudici torinesi i quali hanno ritenuto che la società americana avesse operato in regime di concorrenza sleale in palese violazione dell’art. 2598 p.to 3) cod. civ.

 

Dott. Giuseppe Improda

 

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