Il Perdono Giudiziale come modalità di definizione nel Processo Penale Minorile

Penale d'impresa

Il perdono giudiziale fu introdotto dal codice penale del 1930, attualmente in vigore, all’articolo 169 e contemplato dall’articolo 19 del R.d.l. 1404 del 1934, istitutivo del Tribunale per i minorenni.

Questo istituto configura una causa estintiva del reato, in quanto estingue la potestà statale di applicare la pena minacciata. Le cause estintive del reato (fra cui la prescrizione, la sospensione condizionale della pena, la remissione di querela), fanno venire meno la c.d. ‘punibilità in astratto’, che sorge con il verificarsi di tutti gli elementi costitutivi del reato e consiste nella possibilità giuridica di applicare le conseguenze penali del reato: lo Stato, così, rinuncia ad applicare la sanzione penale minacciata dalla norma.

In particolare con il perdono giudiziale lo Stato rinuncia alla condanna o al rinvio a giudizio, nonostante il giudice abbia accertato la responsabilità dell’imputato minorenne. Infatti può essere concesso in sede di udienza preliminare o dibattimentale, mentre è preclusa la sua concessione durante le indagini preliminari, in quanto non è incluso fra i motivi che comportano l’archiviazione.

La prima condizione necessaria per concedere il perdono è che il colpevole, al tempo della commissione del reato, non avesse compiuto i diciotto anni: si configura, così, una causa estintiva del reato applicabile esclusivamente ai minori.

Inoltre, secondo la previsione dell’articolo 169 del codice penale, è applicabile solo ai minori che abbiano commesso reati che importino una pena restrittiva della libertà non superiore a due anni o una pena pecuniaria non superiore a tre milioni di lire, da convertire in euro dal gennaio del 2002, anche se congiunta a detta pena (art. 19 del R.d.l. 1404 del 1034, modificato dalla legge 689 del 1981). Pertanto il perdono comporta la cognizione piena del merito dell’accusa, occorrendo prove sufficienti per condannare e si basa su un effettivo accertamento della colpevolezza dell’imputato.

Per poter concedere il perdono, il giudice deve presumere che il colpevole si asterrà dal commettere ulteriori reati (art. 169). Questa presunzione, che si deve fondare sulle circostanze indicate nell’articolo 133 del codice penale, volte a stabilire la gravità del reato e la capacità a delinquere del colpevole, implica, come emerge da una pronuncia della Corte di Cassazione del 1989, oltre l’esame del fatto, anche quello della personalità del soggetto e del suo comportamento contemporaneo e successivo al fatto. Il giudice è chiamato a compiere un “giudizio prognostico sul comportamento futuro del minore e quindi sulla possibilità che la mancata irrogazione della pena contribuisca al recupero dello stesso in termini di ragionevole prevedibilità”.

L’ultimo comma dell’articolo 169 del codice penale prevede che il perdono giudiziale non possa essere concesso più di una volta.

La Corte Costituzionale è intervenuta più volte sul tema della reiterazione del beneficio. Dapprima ha interpretato estensivamente la previsione del codice penale. Infatti con la sentenza n. 108 del 1973 ha esteso la possibilità di concedere il beneficio ad altri reati legati dal vincolo della continuazione a quelli per i quali è stato già concesso il perdono e, con la sentenza n. 154 del 1976, tale estensione ha riguardato reati commessi anteriormente alla prima sentenza di perdono, quando la pena cumulata con la precedente, non superi i limiti per l’applicabilità del beneficio. Successivamente la sentenza n. 295 del 1986 ha ritenuto costituzionalmente legittimo il divieto di reiterazione, fuori dai casi predetti, in quanto la commissione di un nuovo reato dimostra l’insufficienza della funzione ammonitrice del perdono per “l’autorieducazione” del minore, il quale non ha risposto alla fiducia accordatagli dalla società.

L’articolo 169, nel disporre che il perdono non possa essere concesso al minore che ha riportato una precedente condanna a pena detentiva per delitto, anche se è intervenuta la riabilitazione, né al delinquente o contravventore abituale o professionale, rimanda esplicitamente a quanto previsto, dall’articolo 164, per la sospensione condizionale della pena. Questo istituto si può accostare al perdono giudiziale, in quanto entrambi costituiscono una forma di ‘perdono’ proveniente dall’autorità giudiziaria, che si colloca nell’ambito della più generale categoria delle cause di estinzione del reato, ma solo il perdono giudiziale estingue il reato contemporaneamente alla sua concessione e non può essere revocato. La Corte di Cassazione, in una pronuncia del primo marzo del 1967, ha stabilito che per decidere se concedere la sospensione condizionale della pena o il più vantaggioso beneficio del perdono, il giudice debba tenere conto della gravità del reato, della personalità del colpevole e dell’opportunità di rafforzare o meno il ravvedimento del reo, motivando la concessione della sospensione condizionale. Per completare l’analisi dell’istituto in esame occorre fare cenno alla disciplina delle iscrizioni nel casellario giudiziale. Tali iscrizioni relative alla concessione del perdono sono conservate fino al compimento del ventunesimo anno di età della persona alla quale si riferiscono; dopodiché vengono eliminate. Questa previsione si inserisce nell’ambito delle disposizioni che abbiamo definito destigmatizzanti. Il fatto che sia stata prevista un’età più avanzata per l’eliminazione delle iscrizioni relative al perdono, rispetto a quella prevista per l’eliminazione delle iscrizioni relative ad altre ‘formule indulgenziali’, quali l’irrilevanza del fatto, la non imputabilità, l’estinzione del reato per esito positivo della prova, per l’eliminazione delle quali è sufficiente il raggiungimento dei diciotto anni di età, dimostra che il legislatore ha tenuto conto del fatto che sia stata accertata la responsabilità del minore e, per di più, per un reato che non necessariamente sia di lieve entità o che dimostri l’occasionalità della sua condotta e che l’estinzione del reato sia intervenuta contestualmente alla concessione del beneficio, senza che sia stata subordinata all’esito positivo di un periodo di prova.

Passiamo ad analizzare i presupposti ideologici e i vari orientamenti dottrinali, relativi all’istituto in esame.

Introdotto nel 1930, il perdono giudiziale doveva assolvere ad una funzione di ammonimento perfettamente in linea con il paternalismo autoritario che caratterizzava il regime fascista.

Successivamente, con l’introduzione del principio rieducativo, a cui devono tendere le pene, e della esigenza di tutela della gioventù ad opera dello Stato, contenuti rispettivamente negli articoli 27, terzo comma e 31, secondo comma della Costituzione, e, soprattutto, con il sorgere delle nuove tendenze del minimo intervento penale, l’istituto viene visto con favore, ritenendosi che, in determinati casi la non applicazione della sanzione sia più utile, per lo sviluppo armonico della personalità del reo e il suo reinserimento nella società, rispetto alla loro applicazione.

La Corte Costituzionale ha fissato questo orientamento nella sentenza n. 120 del 1977, in cui sostiene che il perdono giudiziale discende “dalla minore fiducia del legislatore nella capacità rieducativa del carcere per i minorenni e dalla maggiore fiducia nella possibilità del loro recupero sociale dopo il primo incontro con la giustizia penale”.

Nella sentenza n. 295 del 1986 la Corte Costituzionale sottolineando la funzione ammonitrice del perdono mette in rilievo la propria fiducia nell’efficacia di tale funzione.

Chiaramente favorevole a questo istituto, Ricciotti , rileva che il perdono giudiziale ha in sé uno spirito retributivo, in quanto il concetto stesso di perdono comporta riprovazione verso la condotta del minore. E proprio alla riprovazione, che è assente in altri istituti, quale il proscioglimento per irrilevanza del fatto, l’autore attribuisce la funzione di responsabilizzare il minore stesso.

Anche Assante, Mazziotti e Giannino  concordano nel ritenere che l’utilità del perdono giudiziale derivi dalla sua valenza intrinsecamente responsabilizzante. Il processo di responsabilizzazione, originato dall’ammonimento, porterebbe il minore a prendere coscienza del disvalore sociale, nonché giuridico, della sua condotta e a capire che l’ordinamento giuridico se, da una parte, ha tollerato tale condotta, avendola considerata una ‘sbandata’ episodica, dall’altra non può assolutamente accettare ripetute violazioni della legge.

Di avviso contrario, Magno  sostiene che la circostanza che alla dichiarazione di responsabilità non segua l’applicazione della pena, rende il processo penale solamente una minaccia. Ciò avrebbe gravi conseguenze, in quanto “la certezza dell’impunità rafforza le spinte criminose”. L’autore vede il perdono giudiziale come un istituto con caratterizzazione esclusivamente indulgenziale, mancando, invece, ogni valenza di tipo responsabilizzante o di contenimento della criminalità minorile. Per Magno sarebbe preferibile rispondere alla criminalità minorile tornando ad utilizzare “la frusta”.

Del resto già la Corte d’appello di Bologna, nell’esprimere un parere  riguardante il progetto preliminare delle disposizioni sul nuovo processo penale minorile, elaborato nel gennaio del 1988 dalla Commissione ministeriale presieduta dalla Dott.ssa Pomodoro, ha criticato l’uso fatto, specie dai Tribunali delle grandi città, del perdono giudiziale. Infatti si sostiene che il minore, arrestato o solo incriminato, “quando in seguito si vede notificare la sentenza di proscioglimento, non solo non riesce a capirne il significato, ma, ciò che è più grave, ritiene di aver raggiunto una sorta di immunità e se ne fa una millanteria diminuendo sempre più nel suo senso di responsabilità”. Nel parere si sostiene, pertanto, non solo che il perdono, così come viene correntemente usato, non ha una valenza responsabilizzante, ma che addirittura fa diminuire il senso di responsabilità eventualmente presente nel minore.

Il perdono, da una parte, risponde perfettamente ad esigenze di tipo deflattivo ed ha l’indubbio merito di limitare i danni derivanti al minore da un prolungato contatto con il sistema penale. D’altra parte, però, la sua caratterizzazione prettamente paternalistica pone un ostacolo ontologico alla responsabilizzazione del minore, che costituisce, come è giusto ricordare, una delle principali caratteristiche che il processo penale minorile dovrebbe avere, secondo l’impostazione del decreto del 1988. A ciò si aggiunga che il beneficio in esame viene concesso in modo frettoloso e senza che sia accompagnato da una attenta spiegazione del suo significato più profondo. Tali modalità di applicazione annientano ogni valenza educativa, che taluni pretendono di attribuire a tale istituto. Si può, tutt’al più, affermare che, riducendo il contatto del minore con il sistema penale, il perdono persegue il fine educativo del processo penale minorile del 1988, in termini di non interruzione dei ‘processi educativi in atto’.

Palomba  e Giannino sostengono che il perdono giudiziale è destinato a risentire dell’applicazione che verrà fatta delle formule terminative del giudizio previste dagli articoli 27 (irrilevanza del fatto) e 28-29 (estinzione del reato per esito positivo della prova) del D.P.R. 448 del 1988, in modo tale che la sua applicazione diminuirà quanto più si affermeranno le altre formule più vantaggiose per i minori che commettono un reato, a cominciare dall’archiviazione.

In effetti da una indagine conoscitiva svolta dal Consiglio Superiore della Magistratura presso gli Uffici giudiziari minorili emerge che, nel periodo che va dal primo luglio del 1969 al 31 dicembre del 1970, il 43% dei processi penali a carico di imputati minorenni si sono conclusi con la concessione del perdono giudiziale, mentre, come emerge da uno studio dell’Ufficio Centrale per la Giustizia Minorile del Ministero di Grazia e Giustizia, nel corso del 1998, solamente il 16% dei processi si sono conclusi con la concessione di tale istituto. Si osserva che, a dieci anni dall’entrata in vigore delle disposizioni sul nuovo processo penale minorile, il perdono giudiziale viene applicato in meno della metà dei casi rispetto a quanto accadeva diciotto anni prima dell’introduzione delle nuove formule terminative di tale processo, a conferma di quanto previsto da Palomba e Giannino.

Autore
Vuoi seguire?

Gianmarco De Falco

De Falco Gianmarco è un Praticante Avvocato del Foro di Nola (NA). Collabora presso lo Studio Legale Nazionale Guarino&Associati, specializzato in Diritto Civile, Fashion Law e Diritto della Proprietà Intellettuale ed Industriale. Ha acquisito, inoltre, il Titolo accademico presso l'Università Federico II di Perfezionato In "Legislazione Penale Minorile" con votazione eccellente. Esperto in Diritto Sportivo. Redattore anche presso altre Riviste Giuridiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati